In un palazzo incastrato nell’unica strada semideserta di Manhattan, ingombra di giornali spinti dal vento come «granchi giganti», un gruppo di impiegati consuma le proprie giornate nel terrore di perdere il posto. Si profilano licenziamenti a raffica, i “californiani” stanno per acquisire la maggioranza delle azioni e corre voce si venga mandati via a seconda delle iniziali del nome: le prime a cadere sono state le J, adesso pare che tocchi alle K. Agli impiegati non resta che aggrapparsi alle sedie, alle scrivanie, ai terminali, nella speranza di restarvi ancorati e imparare le virtù del reciproco odio. L’amicizia è bandita, e la delazione corre attraverso il sistema nervoso delle mail inviate da una postazione all’altra. Per chi decide invece di tenersi fuori c’è il trasferimento a una scrivania «in Siberia», in una no man’s land distante chilometri dagli ascensori. Il grande capo, intanto, interpreta la realtà per percentuali, s’istruisce su Il principe di Machiavelli e costringe i suoi sottoposti a penose partite di softball; mentre Laars esplora su Google l’albero genealogico dei suoi antichi amori e Crease salta da una postazione all’altra rendendosi introvabile, casomai volessero licenziarlo.
Nella misura folgorante di paragrafi brevi, quasi frantumi che raddoppiano il senso di queste esistenze “a pezzi”, Ed Park mette in scena una classe disertata dal miraggio americano della new economy. E che tenta, ora, di correre ai ripari.
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Ed Park, l’editor di «The Believer» e di «The Voice Literary Supplement», scrive per «The New York Times Book Review» e per molte altre testate americane. Vive a Manhattan dove pubblica sul net «The New York Ghost». il blog di Ed Park
Il New York Times dedica a Maledetti colleghi un lungo articolo sul Sunday Book Review, firmato da Mark Sarvas. L'abbiamo tradotto per voi.
Topi da labirinto
di Mark Sarvas
Quando il filosofo spagnolo Miguel De Unamuno disse che “il lavoro è l’unica consolazione pratica per essere stati messi al mondo”, non poteva prevedere il mucchio di fannulloni da ufficio che popolano il primo romanzo brillante e interessante di Ed Park, Maledetti colleghi.
Oggi, sembra che il concetto di lavoro si sia trasformato da “ogni uomo è un re” a spedizioni di massa di e-mail con foto di gatti.
Verranno sicuramente sfruttate le somiglianze tra Maledetti colleghi e E poi siamo arrivati alla fine, il finalista del National Book Award 2007, di Joshua Ferris. Entrambi sono ambientati in uffici sconvolti dai licenziamenti. Entrambi sono opere di teatro comico, ed entrambi utilizzano la prima persona plurale (Ferris in tutto il libro, Park nella sezione iniziale). Ma considerando l’ubiquità dell’esperienza lavorativa nelle vite degli individui, e le migliaia su migliaia di romanzi pubblicati ogni anno, forse la questione non dovrebbe essere perché ci siano attualmente in circolazione due romanzi che parlano di lavoro, ma perché non ce ne sono di più. Continua a leggere...
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