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Claudio Damiani

Eroi

Alba Donati

Claudio Damiani



Il Giorno-La Nazione-Il Resto del Carlino, 01/01/1900

Un grande sociologo, Zygmunt Baumann, qualche anno fa ha scritto un libro fondamentale per capire come la società in cui viviamo allontani da sé il pensiero della morte, e cioé del morire. “ Il teatro dell'immortalità” era un resoconto di modi, parole, esorcismi attraverso i quali alimentiamo l'illusione di un vitalismo infinito. E' un fatto curioso che la poesia della nuova generazione parli decisamente un'altra lingua, anzi basi parte della sua forza sul pensiero della morte. Ma quella di Claudio Damiani, come quella di Antonio Riccardi, di Paolo Iacuzzi, di Davide Rondoni non è la forza oscura e oscena della morte, bensì il suo dorso chiaro, la quiete. Con una straordinaria mossa di rovesciamento la solitudine e l'assenza in cui si svolge il morire diviene tavola imbandita, girotondo fatto mano nella mano di chi è destinato a ritrovarsi e a non perdersi mai più. Damiani con la sua lingua antica, chiara e assoluta, col suo tono semplice e classico recupera la prima tradizione novecentesca, quella pascoliana con quella presenza pervasiva dei defunti ma la arricchisce di qualcosa di nuovo: di vita. Damiani non parla solo di chi non c'é più: egli parla di sé, dei suoi figli - in una esposizione autobiografica di nomi ai quali ognuno può sostituire i suoi propri - parla a loro di quel salto che dovranno fare un giorno , come da una giostra, o dalla punta di un arcobaleno. Nella lingua chiara di Damiani c'é un mistero, nella sua serenità c'é un segreto: egli produce in chi legge una dilatazione del sentire, un'espansione infinita dell'amore, eppure tra i suoi eucalipti e l'aria fresca può capitare di tremare, di avere, dopo tutto e ancora paura.

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