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Claudio Damiani

Eroi

Andrea Di Consoli

La morte spiegata ai figli



L’Avanti, 12/04/2000

Claudio Damiani (San Giovanni Rotondo, 1957) ha scritto un libro di poesie che, finalmente, ci dà l’occasione di dire quale grande poeta egli sia (ma questo lo hanno già detto in molti, primo fra tutti Arnaldo Colasanti, il direttore di “Nuovi Argomenti”). “Eroi” (Fazi, 78 pagine, 22.000 lire) è un libro importantissimo, forse uno dei più belli degli ultimi anni. Qual è la forza della poesia di Claudio? É la chiarezza, ovviamente, ma anche il nitore, la rotondità delle forme (delle idee), la solidità. In mezzo a tante cose informi, Damiani è uno dei pochi che abbia il coraggio di nominare le cose, di dirle, di accettarle per quello che sono (e qui ritorna il concetto di umiltà o, per dirla con Cordelli, di “fraternità”). Ecco, Damiani è uno scrittore “fraterno”, ciò di cui parla è intimamente legato alla nostra vita: e il lettore, alla fine, dopo tante scissioni, si ricongiunge con lo scrittore. Queste poesie sembrano sculture neoclassiche, o magari quadri di Sironi; anche la morte vi diviene valore “regale”, imperturbabile, oggettivo: di fronte alla vita Claudio Damiani sa mantenere la calma. Sbaglia chi consideri Damiani un poeta semplicistico, il poeta dell’incanto; la sua poesia si configura come momento di grande onestà (e di freddezza: la freddezza di chi guarda in faccia le cose). Non teme nulla, Damiani, anche se il tema ossessivo del libro è la morte. Ne è ossessionato ma non la teme. Sa che è una pedina della vita e che è un valore. Se la vita è un miracolo anche il suo opposto lo è. Allora chi sono gli “eroi” di Damiani? Sono i bambini, quelli che sono stati chiamati alla vita per poi dover affrontare, un giorno di là da venire, in solitudine, la morte. Siamo tutti “eroi”, pare dirci Damiani, tutti accomunati da questo identico destino (“Come sto adesso io davanti alla tomba di mio padre / - né più né meno - starà mio figlio davanti alla mia tomba”). In un mio articolo su “La miniera” (autoantologia di qualche anno fa) mi è capitato di definire il linguaggio di Claudio pre-grammaticale (lo paragonavo a quello degli emigranti meridionali in Svizzera che parlavano un italiano di base elementare, con poche congiunzioni, da semi-analfabeti, e quella loro parlata stentata mi è rimasta nelle orecchie negli anni, eppure loro riuscivano a dire tutto il necessario). Ebbene, la vita si può dire con poche parole e dire le cose equivale a dire valori. Nominare le cose significa creare valori e se la parola coincide con la cosa si ha che l’entità che sta in mezzo, e cioè il pensiero, diventa un valore (è solo la menzogna a distruggere i valori). Claudio Damiani con “Eroi” ha scritto un libro che definirei dantesco (tralascio, per motivi di spazio, pascoli e Petrarca): una discesa agli inferi a regola d’arte. Solo che qui i morti non sono i “forti”, ma i deboli, quelli che hanno segnato la nostra vita, quelli con i quali abbiamo vincoli di sangue. Il congiungimento con questi morti crea una “patria”, che poi è la capacità di riconoscersi come anelli di una lunga catena di secoli. Riportiamone una di queste poesie: “Dirono che tu morirai / e che tante e tante angosce ci separeranno. / Ma per quanta terra potrà frammentarsi fra noi / tu sempre a me ritornerai, / cercherai la strada di tuo padre / e sempre la ritroverai. / Così adesso io penso a mio padre / la cui vita ho conosciuto poco / esendo nato che lui era vecchio; / dopo tanta incomprensione / ritrovo la sua strada. / Ci sediamo sul ciglio a parlare. / Lui stupisce di me, come mai era stupito / da me impara tante cose”. Con questo linguaggio Claudio Damiani si è imposto come uno dei maggiori poeti attuali. Nessuno mai ce l’aveva raccontata con tanta chiarezza. A fine lettura si rimane quasi sconcertati per come lieve, “umana troppo umana”, si configura la consistenza della morte. La morte viene sdogananta, riabilitata, “valorizzata”. É un discorso semplice che, però, richiede una lucidità e una freddezza che molti razionalisti neanche sanno. Alla fine siamo tutti “eroi”, tutti accomunati da un identico destino (morire). E ai figli bisogna spiegarlo come una cosa naturale, come una cosa della vita.

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