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Lo sguardo che ci veniva incontro dalle precedenti raccolte di Claudio Damiani, «Fraturno» e «La mia casa», poi consacrate nella più ampia silloge «La miniera» ('97), era uno sguardo limpido e creaturale, di una tenerezza davvero rara nel panorama della poesia italiana del secolo appena trascorso. Questo sguardo dava peraltro alimento a una voce: «ingenua», e proprio per questo capace di aderire con altrettanto limpida e trepida naturalezza all'incessante spettacolo del mondo. Ogni cosa, all'interno di questo sguardo e di questa voce, ci veniva restituita dolcemente miniaturizzata: e l'intera vicenda dell'esistenza era affidata alla nostra stupita gratitudine con il candore di un'infanzia perenne. Era il trionfo del diminutivo e del vezzeggiativo: laghetti, stradine, casette, piccoli cuori e teneri animali, sembravano messi lì, appositamente stilizzati a lievi tratti amichevoli, per convincerci dell'inesauribile bontà del trascorrere del Tutto.Ora, questa nuova raccolta edita da Fazi, «Eroi», ci mostra che lo sguardo di Damiani (San Giovanni Rotondo, '57) si è fatto più maturo. Certo non dimentica di dar del «tu» al mondo: anche se l'Io (un Io ben attaccato alle proprie radici) torna a spostarsi, per condividerlo, verso il centro della scena. Neppure rinuncia alla fibrillazione emotiva - ma ne rapprende in qualche modo l'espressione.Intanto, Damiani è diventato padre: ed è una voce «paterna» quella che chiede, in questi versi, di essere ascoltata. Benché segnato dalla maturità, l'universo di Fraturno è rimasto intatto: e nonostante la morte si insinui fra le sue pieghe fino a sconvolgere e a far tramontare le figure che lo attraversano, dai versi quieti e ben ordinati, cuciti da semplici similitudini, che lo raccontano, emerge comunque una fiducia sempre risorgente nella continuità indistruttibile della vita - quella stessa continuità che lega padri e figli, nonni e nipoti, generazioni e generazioni, e che è anche fedeltà ad una terra al di là di ogni morte. Come non sempre Beppe Salvia, l'antico compagno di «Braci» cui viene qui dedicato un commosso ricordo, Damiani riesce a sentirsi «prossimo» a tutto: e fiori, uccelli, insetti, ciuffi d'erba e bambini sono qui, benigni, a splendere al sole di questa poesia.Nonostante il plein air, l'eroismo che promana dai versi è un eroismo in qualche modo domestico. Si è parlato di fedeltà ad una terra. Ma poi il campo si restringe ulteriormente: ed in particolare i luoghi circoscritti (la casa, il bar, un'isola, o una tomba) mostrano di essere la patria - la vera, unica patria. Perché, come Damiani sembra aver appreso dall'amatissimo Orazio e da Pascoli, non vi è altro, non vi può essere altro che il «nido», questa paradossale via d'accesso all'immenso, a proteggere il nostro sguardo innocente dagli sfregi e dalle tempeste del mondo.
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