Fazi Editore (www.fazieditore.it)


Claudio Damiani

Eroi

Stefano Lecchini

Nel nido della terra



La Gazzetta di Parma, 01/12/2001

Lo sguardo che ci veniva incontro dalle precedenti raccolte di Claudio Damiani, «Fraturno» e «La mia casa», poi consacrate nella più ampia silloge «La miniera» ('97), era uno sguardo limpido e creaturale, di una tenerezza davvero rara nel panorama della poesia italiana del secolo appena trascorso. Questo sguardo dava peraltro alimento a una voce: «ingenua», e proprio per questo capace di aderire con altrettanto limpida e trepida naturalezza all'incessante spettacolo del mondo. Ogni cosa, all'interno di questo sguardo e di questa voce, ci veniva restituita dolcemente miniaturizzata: e l'intera vicenda dell'esistenza era affidata alla nostra stupita gratitudine con il candore di un'infanzia perenne. Era il trionfo del diminutivo e del vezzeggiativo: laghetti, stradine, casette, piccoli cuori e teneri animali, sembravano messi lì, appositamente stilizzati a lievi tratti amichevoli, per convincerci dell'inesauribile bontà del trascorrere del Tutto. Ora, questa nuova raccolta edita da Fazi, «Eroi», ci mostra che lo sguardo di Damiani (San Giovanni Rotondo, '57) si è fatto più maturo. Certo non dimentica di dar del «tu» al mondo: anche se l'Io (un Io ben attaccato alle proprie radici) torna a spostarsi, per condividerlo, verso il centro della scena. Neppure rinuncia alla fibrillazione emotiva - ma ne rapprende in qualche modo l'espressione. Intanto, Damiani è diventato padre: ed è una voce «paterna» quella che chiede, in questi versi, di essere ascoltata. Benché segnato dalla maturità, l'universo di Fraturno è rimasto intatto: e nonostante la morte si insinui fra le sue pieghe fino a sconvolgere e a far tramontare le figure che lo attraversano, dai versi quieti e ben ordinati, cuciti da semplici similitudini, che lo raccontano, emerge comunque una fiducia sempre risorgente nella continuità indistruttibile della vita - quella stessa continuità che lega padri e figli, nonni e nipoti, generazioni e generazioni, e che è anche fedeltà ad una terra al di là di ogni morte. Come non sempre Beppe Salvia, l'antico compagno di «Braci» cui viene qui dedicato un commosso ricordo, Damiani riesce a sentirsi «prossimo» a tutto: e fiori, uccelli, insetti, ciuffi d'erba e bambini sono qui, benigni, a splendere al sole di questa poesia. Nonostante il plein air, l'eroismo che promana dai versi è un eroismo in qualche modo domestico. Si è parlato di fedeltà ad una terra. Ma poi il campo si restringe ulteriormente: ed in particolare i luoghi circoscritti (la casa, il bar, un'isola, o una tomba) mostrano di essere la patria - la vera, unica patria. Perché, come Damiani sembra aver appreso dall'amatissimo Orazio e da Pascoli, non vi è altro, non vi può essere altro che il «nido», questa paradossale via d'accesso all'immenso, a proteggere il nostro sguardo innocente dagli sfregi e dalle tempeste del mondo.

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