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8 Luglio 2007, Angus Batey del «Telegraph» ha intervistato Martin Millar su Lonely Werewolf Girl, che uscirà il 21 marzo 2008 per Fazi Editore con il titolo Ragazze Lupo.

Abbiamo tradotto per voi l’intervista.

 

 

 

Un successo lunare

 

Martin Millar si è fatto un nome come romanziere di “controcultura” – tra i suoi fan c’è persino Kate Moss – ma ha anche adattato Jane Austen ed è un ammiratore di P.G. Wodehouse. Nel suo ultimo romanzo, i personaggi sono lupi mannari. È tutta colpa di Buffy, dice ad Angus Batey

 

La persona seduta al tavolo nel piccolo pub del Crystal Palace ha l’aria ordinaria e comune di chiunque altro nell’arco di questo grigio pomeriggio feriale bagnato dalla pioggia. Ma l’apparenza può ingannare, come scopriranno presto i presenti che origliano.

 

Tra discussioni su Jane Austen, Somerset Maugham, Kurt Vonnegut e Kate Moss e monologhi sull’effetto rigenerante dei siti di social networking, sull’agorafobia e sui dentisti, un’ora o due in compagnia di Martin Millar sono tutt’altro che prevedibili.

 

Tuttavia una parte considerevole della conversazione di oggi non è occupata dagli abitanti della sottocultura ‘squat’ che popolano i suoi celebri romanzi, ma da un genere completamente diverso di creature notturne.

 

«Quando ho scritto The Good Fairies of New York [Fate a New York, Lain 2004]» dice Millar armeggiando distratto con una bottiglia di birra mezza vuota, «non pensavo che esistessero le fate. Non nel modo in cui immagino che esistano i lupi mannari».

Il suo viso luciferino mostra un accenno di sorriso, ma è serissimo. Millar è stato a lungo considerato un acuto cronista delle sottoclassi londinesi, tuttavia la carriera dello scozzese somiglia di più a quelle delle band post-punk amate dai suoi personaggi, che alla sua carriera di romanziere.

 

E ora, mentre le sottoculture fantastiche da sempre presenti nel suo lavoro vengono a galla, ispirandosi alle strategie del rock indipendente, Millar ha preso il controllo dei mezzi di produzione e ha messo su il suo imprint per pubblicare il suo ottavo romanzo.

 

Il libro parla di un clan scozzese i cui componenti vivono tra mondanità e omicidi ma che, come spesso accade nei suoi libri, alla fine maturano una rinnovata fiducia nel potere dell’amicizia. È una saga familiare new wave come tutte le altre, con un'unica piccola differenza: la maggior parte dei personaggi è un lupo mannaro.

«Ci sono parecchi lupi mannari in questo libro», ammette Millar parlando del romanzo, Lonely Werewolf Girl [Ragazze lupo, Fazi 2008], «ma nessuno di loro perde il controllo quando si trasforma. Se ci trasformassimo in lupi mannari, non c’è motivo per cui dovremmo diventare cattivi e metterci a sbranare la gente, no? Saremmo soltanto dei lupi, scorrazzeremmo qua e là, andremmo a caccia di conigli e roba simile».

 

I lettori dei sette romanzi precedenti di Millar non saranno sorpresi di trovarlo esageratamente ‘realista’ sulle creature soprannaturali. Una forte dose di soprannaturale è sempre stata una costante nei suoi libri, ma in questo caso la sua prevalenza è dovuta al decesso di un amato bene: una serie televisiva, per la precisione.

 

«Il libro nasce in parte perché è finito Buffy» dice Millar, la cui ammirazione per lo show di Joss Whedon è un motivo ricorrente nel suo divertente sito web. «Ho avuto un così terribile senso di perdita che ho pensato che avrei dovuto scrivere una serie tutta mia. Si colloca su un livello simile a quello di Buffy che in molti chiamerebbero ‘teen’ o ‘young adult’, termini con cui non concordo particolarmente».

 

È un dato demografico che non appartiene a Millar. È nato a Glasgow tra i 40 e i 50 anni fa (rifiuta di rivelare la sua età, ma si è messo nei guai con i suoi insegnanti di scuola secondaria [tra scuole medie e scuole superiori] avendo bigiato nel 1972 per fare la fila al botteghino dei Led Zeppelin) e si è trasferito a Londra negli anni Ottanta dove ha lavorato come impiegato comunale, scrivendo il suo primo romanzo nel tempo libero.

 

Milk, Sulfate and Alby Starvation è stato pubblicato da Fourth Estate vent’anni fa, e con il suo mix di riferimenti alla controcultura, all’ambiente di Brixton e all’atmosfera punk/rock si è guadagnato una schiera di cultori. Il suo nome ha cominciato ad apparire in lidi che raramente si interessavano di narrativa – come «NME» [«New Musical Express», rivista musicale inglese] e «The Face» [rivista inglese di tendenza nata negli anni Ottanta].

 

Il lavoro successivo gli è valso un plauso ancora maggiore. Ha scritto un graphic novel, ha adattato Emma di Jane Austen per il palcoscenico con il suo amico, comico e attore Doon Mackichan (Smack the Pony e Knowing Me, Knowing You) e pare che i diritti cinematografici del suo quarto romanzo, The Good Fairies of New York, siano stati opzionati da Kate Moss. («Non sono sicuro che fosse vero», ammette oggi. «Credo che sia stata coinvolta nell’acquisizione, ma non era sua la società».)

 

Millar ha iniziato a essere notato dai critici letterari e dagli articolisti delle riviste musicali rock non appena la gente si è accorta che dietro la patina di contro-cultura dei suoi libri si nascondeva un autore la cui prosa essenziale, l’orecchio per i dialoghi e il codice morale lo inserivano nella tradizione degli scrittori che ammirava: Austen, Maugham, Vonnegut, P.G. Wodehouse.

 

Ma mentre le opzioni si accumulavano – finora ne ha vendute sedici - un film o una serie televisiva tratti da un libro di Millar non sono ancora apparsi sullo schermo: le principali  classifiche e la fortuna di Dan Brown decisamente non si sono materializzate.

 

L’ultimo libro di Millar, Suzy, Led Zeppelin and Me, del 2002, è forse il migliore. Più candidamente autobiografico dei precedenti, tesse una trama sull’amicizia e l’ossessione per quel concerto del 1972 per il quale Millar marinò la scuola.

 

Allo stesso tempo ha rivelato la sua doppia identità come Martin Scott, l’autore di una serie di romanzi di fantascienza su un mago/detective di nome Thraxas: il primo (di otto, finora) è valso a Scott/Millar il World Fantasy Award nel 2000.

 

Saremmo tentati di vedere Thraxas come la chiave per capire Lonely Werewolf Girl, per spiegare come l’accoglienza di quei libri abbia dato a Millar la libertà di immergersi in un ambito soprannaturale. Ma il suo uso dell’immaginazione potrebbe avere una spiegazione più prosaica: nel 2002, ha iniziato a soffrire di agorafobia, e oggi è virtualmente prigioniero della sua casa nel sud-est di Londra.

 

«Posso andare in giro per il mio quartiere, andare per negozi, sto bene», spiega. «Andare oltre è un problema. È un problema scendere dal mio dentista a Brixton. Un grosso problema salire sull’autobus: ho dovuto farlo recentemente, e ci sono riuscito, ma non sono a mio agio».

Così Millar ha avuto tempo non solo per scrivere, ma anche per gli affari. Dopo il fallimento del suo ultimo editore, e irritato dalle reazioni iniziali a Lonely Werewolf Girl da parte di case editrici incapaci di decidere se venderlo come “young adult” o narrativa per tutte le età, ha fondato una sua compagnia.

 

«Ultimamente, tra un piccolo editore e l’autopubblicazione, non c’è molta differenza», spiega. «Tutto quello che ho fatto per Lonely Werewolf Girl è essenzialmente quello che è stato fatto per i miei ultimi libri».

 

«Ci sono alcuni lati negativi: è importante, quando si vende in libreria, il buon posizionamento dei libri su scaffali e vetrine, ed è molto, molto difficile ottenerlo perché le grandi case editrici pagano per i posti migliori. Questa volta subirò questo handicap, ma comunque è già successo in passato».

 

La sua campagna pubblicitaria è stata intrapresa non da prezzolati editor letterari, ma individuando il target dei potenziali nuovi lettori tramite Internet.

 

«La differenza tra quello che la gente chiama Web 2.0, che io personalmente ritengo essere il mondo dei blog e di Myspace, e quello che era il web prima è grande come la differenza tra avere internet e non averlo», afferma.

 

Da tempo sostenitore del web, Millar ha anticipato l’attuale ondata di interattività, incoraggiando i visitatori del suo sito a scrivergli email, facendosi un’idea chiara di chi erano i suoi lettori, e dove avrebbe potuto trovarli.

 

«Prima, ero bloccato in isolamento», dice. «Attraverso siti come Myspace, la gente si aggrega in gruppi di interesse, e questo mi dà l’opportunità di scrivere in massa alle persone con interessi simili».

 

«Da questo momento nessuno che abbia mai espresso un interesse per vampiri e lupi mannari su Myspace è al sicuro da me!».