Topi da labirinto

di Mark Sarvas


Quando il filosofo spagnolo Miguel De Unamuno disse che “il lavoro è l’unica consolazione pratica per essere stati messi al mondo”, non poteva prevedere il mucchio di fannulloni da ufficio che popolano il primo romanzo brillante e interessante di Ed Park, Maledetti colleghi.

Oggi, sembra che il concetto di lavoro si sia trasformato da “ogni uomo è un re” a spedizioni di massa di e-mail con foto di gatti.

Verranno sicuramente sfruttate le somiglianze tra Maledetti colleghi e E poi siamo arrivati alla fine, il finalista del National Book Award 2007, di Joshua Ferris. Entrambi sono ambientati in uffici sconvolti dai licenziamenti. Entrambi sono opere di teatro comico, ed entrambi utilizzano la prima persona plurale (Ferris in tutto il libro, Park nella sezione iniziale). Ma considerando l’ubiquità dell’esperienza lavorativa nelle vite degli individui, e le migliaia su migliaia di romanzi pubblicati ogni anno, forse la questione non dovrebbe essere perché ci siano attualmente in circolazione due romanzi che parlano di lavoro, ma perché non ce ne sono di più.

Quale migliore scorciatoia può esserci, in termini di conoscenza di un personaggio, della comprensione del suo lavoro? Ma la lista di romanzi letterari che trattano di lavoro come tema principale è piuttosto breve. Viene in mente Mezzanine di Nicholson Baker. C’è anche Jungle di Upton Sinclair, oramai vecchio di cent’anni. Dopo questi, si fa fatica a trovarne – più spesso è la mancanza di occupazione che definisce un personaggio, come il Tommy Wilhelm di Seize the day.

Come Bellow ben sapeva, poche altre cose definiscono la percezione di sé come il proprio lavoro, e questa consapevolezza permea il romanzo di Park, conferendogli una considerevole massa che gli permette di bilanciare l’umorismo aspro e astuto (e occasionalmente affettato) del libro. Park, fondatore ed editore di «The Believer» (parte dell’impero McSweeney), ne sa qualcosa sull’argomento. Quando il New Times Media assorbì il The Village Voice, Park fu uno degli editor licenziati nell’agosto del 2006. Tuttavia ha saputo sfruttare bene il suo periodo sabbatico.

Maledetti colleghi si sviluppa in tre parti – “Impossibile annullare”, “Sostituisci tutto” e “Ripristina”, titoli immediatamente riconoscibili da qualsiasi lettore che abbia mai avviato Microsoft Word. Il libro utilizza efficacemente molti espedienti (o tic, dipende dal punto di vista) à la McSweeney, compresi i titoli dei capitoli accattivanti, i passaggi brevi e impressionistici e la composizione tipografica creativa.

Ma c’è un sottofondo oscuro a tutto il capriccio, uno spavento beckettiano quando un collega dopo l’altro viene spazzato via dal paesaggio desolato. (Un messaggero da un ufficio all’altro è conosciuto solo come l’Innominabile, e anche la sua descrizione – “sui cinquanta, alto, con una sana zazzera di capelli bianchi e occhi brillanti, inquisitori” – evoca il viso di Beckett). E in effetti, il super citato Beckett di “devi andare avanti, anche se non posso avanzare, andrò”, rispecchia esattamente la condizione dei personaggi bersagliati di Park.

 

È la prima parte del romanzo, “Impossibile annullare”, che attirerà il maggior numero di accostamenti con E poi siamo arrivati alla fine. Come Ferris, Park usa la prima persona plurale qui per presentare il suo posto di lavoro:

 

«La maggior parte di noi trascorre le sue giornate ad una scrivania in uno dei due arcipelaghi di loculi. Le scrivanie non sono al completo da un anno ormai, così lasciamo che la nostra roba si sparpagli, colonizzando gli spazi lavorativi adiacenti, appendendo una cartella da una parte, una giacca dall’altra». Ma la somiglianza sembra superficiale; la prospettiva è un modo logico di dipingere l’esistenza di massa del moderno posto di lavoro. E laddove Ferris mantiene questa prospettiva, una volta che Park stabilisce la sua ambientazione e i suoi attori, va oltre. Prima di farlo, però, omaggia i lettori di alcune gemme di umorismo sulla vita d’ufficio contemporanea. C’è uno “Starbucks sfigato” («musica di sassofono a basso impatto e un’assenza di luce naturale unita a bevande originali probabilmente improvvisate come il Pimm’s cup chai») e uno “Starbucks figo” («sembra una casa di malaffare, ma con una migliore aerazione e più gadget»). Gli impiegati coniano utili neologismi come «retromozione»: «una promozione che presenta molte caratteristiche di una retrocessione». Proliferano insopportabili valanghe di email con foto di gatti. E tutti quelli che gemono nell’udire il verbo “impattare” si rallegreranno nel leggere come Park infilza una serie di esempi di gergo aziendale, decisissimo a svilire il linguaggio.

 

La nuvola bassa dei licenziamenti, tuttavia, incombe sul divertimento, e la seconda parte, “Sostituisci tutto” – con la sua allusione sinistra – è composta nello stile di un contratto o altro documento legale:

 

«II (c) i (b): Jenny si ricordava che Jill era solita accumulare graffette, punti metallici, ogni sorta di colla e nastro adesivo. Aveva un grosso affare di gomma-cemento, diceva Jenny».

La società – di cui non ci viene mai detto il nome o il settore – è stata acquistata dai “californiani”. Inquietanti conference call e comportamenti stravaganti in aumento sono di cattivo auspicio. In “Sostituisci tutto” le cose prendono una piega cupa, e il capitolo si conclude con i sopravvissuti ai licenziamenti che sprofondano nella disperazione. Park è particolarmente bravo nel descrivere l’ignominia inevitabile dell’essere “terminati”.

«Jenny entrò e Lizzie rimase sulla porta, senza farsi vedere, in ascolto. Il Testa di Cavolo aveva detto a Jenny di sedersi. Ci fu un silenzio di dieci secondi. Poi lui le disse di passare da Henry delle Risorse Umane. Perché le aveva chiesto di sedersi?».

La decisione di Park di omettere tutti i dettagli sul settore dell’azienda, tuttavia, ha un costo. Senza dubbio intendeva parlare di qualcosa di disumanizzante sulla natura del lavoro contemporaneo. Ma il romanzo si nutre di dettagli, e questa decisione ha l’effetto di disumanizzare i suoi personaggi agli occhi del lettore – una distinzione sottile, ma cruciale. Fortunatamente, nell’ultima sezione – un soliloquio virtuosistico via email che ricorda Molly Bloom – Park usa la prima persona, e il capitolo intensamente personale inonda di colore questa carrellata in bianco e nero. In un torrente singolo e fluido di emozione e verità, i misteri dei licenziamenti sono svelati e viene riscattata una misura di umanità. È un antidoto accorato all’umorismo cupo dei primi due capitoli.

Park ha scritto quello che uno dei suoi protagonisti chiama “narrativa del licenziamento” del nostro tempo. Mentre l’economia continua la sua caduta libera, il libro di Park può servire come utile guida per navigare nella disoccupazione e nell’incertezza. Qualcuno che non sia un giornalista pensa davvero che non possano esserci due libri sullo stesso argomento allo stesso tempo? Al momento abbiamo bisogno di tutti i libri che è possibile avere.

 

Mark Sarvas è l’autore di Harry, Revised, un romanzo, e scrive The Elegant Variation, un blog letterario.