«Armi d’Italia non è un pamphlet militante, ma un’inchiesta sul mercato e i suoi operatori».
Marco Lillo, «L’espresso»
Il made in Italy non è solo pizza, auto, scarpe, bei vestiti. È fatto anche da celebri pistole, adottate dai corpi di polizia di vari paesi del mondo; da milioni di mine, messe al bando ma ancora pronte a esplodere in ogni angolo del Sudest asiatico e dei Balcani; da aerei ed elicotteri di ultima generazione. Un settore industriale che non gode dell’appoggio di una sola fazione politica, ma di quasi tutto l’arco parlamentare. Forse proprio per questo nel 2003 è stata varata la riforma della legge 185 del 1990, una delle normative più avanzate al mondo in materia di trasparenza e controllo sul commercio di armi da guerra. La riforma è stata voluta dalla lobby dei fabbricanti per liberarsi da una gabbia che le impediva di chiudere affari con clienti impresentabili. Da allora, nonostante una grande campagna di sensibilizzazione sul tema, i controlli si sono allentati e buona parte delle produzioni e delle vendite sono state sfilate dalla rendicontazione pubblica. Di tutto ciò – e delle tante operazioni ai limiti del lecito compiute da produttori, commercianti e dalle cosiddette banche armate a sostegno di esportazioni dirette verso i luoghi più caldi del pianeta – parlano Bagnato e Verrini. Perché la politica estera dell’Italia e dell’Europa e i rapporti con gli States non si possono capire veramente senza conoscere il delicato intreccio che lega industria armiera, potere politico e lobby finanziarie.
«Un libro-denuncia che fa uno spaccato del commercio bellico italiano».
Vittorio Bonanni, «Liberazione»